Nel 1968 inaugura con il romanzo Obsoleto la collana Denarratori di Scheiwiller. La copertina è di Enrico Castellani, una sorta di sigillo del sodalizio intellettuale e progettuale che era stato alla base di Azimuth. Obsoleto affonda le radici negli anni che vanno dal 1963 al 1967 e vuole essere il recupero di ciò che è caduto in disuso ed è annullato: in tal senso assume il significato di cerniera tra le due grandi fasi della sua vita. Inoltre l’articolarsi circolare della narrazione, le frequenti soluzioni puramente grafiche, le ultime pagine illeggibili per la limatura della composizione in piombo effettuata dallo stesso artista, segnano l’inizio di un lavoro di riflessione sul linguaggio che travalica il discorso critico ed epistemologico per entrare nel dominio dell’arte in un’accezione rigorosamente concettuale. Come non si può da questo momento in poi separare la vita di Agnetti dalla sua produzione artistica così è artificioso distinguere tra un Agnetti scrittore, un Agnetti pittore, un Agnetti scultore, un Agnetti critico. Siamo ora di fronte all’“uomo artista” di cui Agnetti ha scritto nel 1967 ( Intorno alla, nel libro su Piero Manzoni edito da Scheiwiller) , dove le diverse dimensioni, della critica e della creatività artistica, si fondono creando una straordinaria singolarità .
Nel 1978 pubblica con Guanda un libro di poesie intercalate a immagini di sue opere. Il titolo, Machiavelli 30, si riferisce al suo studio di Milano, al luogo connesso alla sua vita artistica, quasi un insight nell’intimo dell’artista.
La poesia non si può illustrare come l’arte non si può descrivere. Una figura non è solamente una figura, come una parola non è solamente una parola: in questo lavoro, figura e parola insieme sono un’unica cosa.